Flessibili o Precari? Sottili differenze

13 03 2008

Da qualche anno, la flessibilità del lavoro è al centro di molti dibattiti economici e politici, nonché oggetto di regolamentazione, sia legislativa sia tra le parti sociali. Viene universalmente percepita come soluzione indispensabile per mantenere una posizione competitiva delle imprese nel panorama mondiale.
A partire dagli anni ’80, in Italia, c’è stato uno sviluppo parallelo di due grandi aree. Da una parte ha continuato a crescere il mercato del lavoro cosiddetto “standard”, caratterizzato dalla compresenza di tre dimensioni classiche:

  • forma di lavoro dipendente
  • orario full time
  • contratto a tempo indeterminato
  • Dall’altra si sono affacciate condizioni occupazionali nuove, che si distinguevano dal lavoro standard anche solo per un unico aspetto:

  • l’orario parziale
  • la temporaneità del rapporto contrattuale
  • Si è cominciato quindi ad usare per questo universo lavorativo nuovo il termine di “atipico”, per sottolineare una condizione di negazione di alcune dimensioni, la diversità rispetto a una supposta condizione di “normalità”.
    Le forme di flessibilità più utilizzate sono il part-time, le collaborazioni parasudordinate e i contratti a tempo determinato. I dati Istat dicono che la flessibilità interessa circa il 14% degli occupati in Italia. Una percentuale in linea con gli altri Paesi europei, ma che viene percepita in Italia con maggiore apprensione a causa del mancato adeguamento del sistema delle tutele, previste ancora a misura di lavoratori standard.

    A questo punto credo sia fondamentale fare una distinzione, partendo dal fenomeno di flexibility divide, ossia la contrapposizione tra “flessibilità buona” scelta dal lavoratore per avere maggiore autonomia e migliore gestione di tempi e modi di lavoro, con guadagni abbastanza alti e soprattutto vissuta senza ansie nei confronti di un futuro lavorativo incerto (diciamo che ne fanno parte coloro che possono permettersi, soprattutto economicamente, di vivere senza certezze!)
    E “flessibilità cattiva”, riferita a lavori con bassi redditi, vissuta come necessità e non come esigenza, insomma quella flessibilità che in realtà prende il nome di PRECARIETA’. I lavoratori precari (sono più del 60% di tutti gli atipici) hanno problemi economici perchè, spesso, ciò che guadagnano non basta loro per arrivare alla fine del mese (avrebbero bisaogno di un Manuale di sopravvivenza). E quando si avvicina la scandenza del contratto, sono preoccupati perchè rischiano anche di rimanere disoccupati. (Ovviamente inutile dire che i più colpiti sono i giovani e le donne).

    Insomma cari ragazzi, la flessibilità ha sicuramente dei vantaggi e sono convinta che “usata” con le giuste modalità potrebbe davvero migliorare il mondo del lavoro, ma attenzione…non è tutto oro quello che riluce!


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    5 responses

    13 03 2008
    Benny

    Sono d’accordo sulla distinzione che hai fatto,sottolineo tuttavia che avere come obiettivo principale(soprattutto per un giovane) il posto fisso e il contratto indeterminato é età della pietra. Purtroppo cé ancora un divario troppo grande tra il mercato del lavoro “standard” e la “flessiblità”.

    13 03 2008
    prime

    @benny
    avere come obiettivo nella vita il lavoro indeterminato e il posto fisso è davvero “età della pietra”.
    🙂

    @staka
    con un mercato del lavoro dipendente in calo da anni, abbiamo un mercato del lavoro autonomo al contrario in crescita da anni.
    Devi stare attenta a distinguere bene tra part-time e contratti a tempo determinato, che sono lavoro dipendente, e il lavoro atipico – cocopro ad esempio – che è lavoro autonomo.
    Non mischiamo in una cena la carne e il pesce, non mischiamo nel lavoro il lavoro autonomo e il lavoro dipendente.

    Allo stesso tempo, la Precarietà, come la Flessibilità, sono stati mentali.

    La prima è da condannare, la seconda da incentivare.
    🙂

    Un abbraccio.

    🙂

    13 03 2008
    Stakastagista

    Nell’universo italiano dei lavoratori flessibili un ruolo importante lo rivestono i cosiddetti parasubordinati. Si tratta di persone che, se da una parte sono integrate in maniera funzionalmente stabile all’interno di una impresa, non lo sono invece sotto un profilo contrattuale. Il loro rapporto di impiego, generalmente detto “co.co.pro” prevede alcune forme tipiche del lavoro dipendente (ad esempio la subordinazione ad un superiore o la possibilità di lavorare presso la sede del committente) e del lavoro autonomo (quale la retribuzione e la durata contrattuale flessibile e contrattata individualmente) ed è pertanto di difficile catalogazione utilizzando le tradizionali categorie occupazionali.

    13 03 2008
    prime

    @staka
    ci dispiace doverti smentire per i parasubordinati, e ti spieghiamo: anche se l’attuale Governo sta facendo pressioni molto forti sulla dirigenza del Ministero del Lavoro, cercando di convincere lo stesso a creare una nuova categoria che si collochi a metà tra lavoro autonomo e lavoro subordinato, e anche se il Ministero stava per collocare tramite apposita circolare questa soddisfazione alle visioni del lavoro proprie della sinistra radicale, fortunatamente la cosa non è ancora successa.

    Il riferimento che tu fai è proprio a questo sentiment governativo.

    Detto questo, attualmente il cocopro fa pienamente parte del lavoro autonomo. Nel cocopro non c’è subordinazione a superiore. Il superiore effettua solo un lavoro di indirizzo e di coordinamento generale, il lavoratore lavora in modo autonomo in tempi e modi del proprio operato. La possibilità di lavorare presso il committente è estranea al lavoro dipendente. E’ una possibilità, non un obbligo.
    🙂

    Un abbraccio

    17 03 2008
    MicheleMelis

    A proposito di flessibilità e precariato, ti segnalo un approfondimento che il prof. Di Nicola ha pubblicato sul suo blog: dinicola.blogspot.com

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