Solo buoni pasto per un bravo stagista

3 12 2007

E’ passato parecchio tempo (forse troppo) dall’ultima video-intervista che ho girato e montato, ma come potete ben immaginare ho poco, pochissimo tempo a disposizione. Anche se (voi non ci crederete) l’ostacolo più grande lo trovo soprattutto nella disponibilità degli stagisti: solo 1 su 10 accetta di farsi intervistare.
Capisco l’imbarazzo della telecamera (deve essere un dramma per alcuni vedere la propria faccia in giro su You Tube!), ma la sensazione più forte è che essi abbiano paura di esprimere apertamente i loro pensieri e di manifestare la loro insoddisfazione. Amici e colleghi universitari oppressi dalla precarietà, si lamentano, ma lo fanno quasi tutti a testa bassa. Alcuni, con un mezzo sorriso, mi rispondono: “Nessuna l’intervista, altrimenti mi mandano via dall’azienda e non posso continuare lo stage (non retribuito)“…ma VI RENDETE CONTO? Neanche si facessero complotti o accuse diffamatorie contro queste aziende, io cerco solo la verità…e ottengo poco o nulla. Forse sottovaluto il fatto che sia proprio la realtà il nemico peggiore da tenere sotto controllo!

Ok, bando alle ciance (e ciancio alle bande), gustatevi il video di uno dei pochi stagisti che ha avuto il coraggio di farsi intervistare, anche se…ha posto delle scurissime ed evidenti condizioni. 😉

Ps: la qualità del video non è proprio delle migliori, ma spero che possiate essere comprensivi con la mia telecamerina, che non è più giovanissima. Per quanto riguarda l’audio, prometto che prima o poi mi compro un microfono esterno.

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24 responses

3 12 2007
studentefreelance

Ma se lui ha il titolo di studio più alto…immaginiamoci chi sono gli altri!!!????

Io potrei benissimo fare il direttore!!

4 12 2007
igniup

Visto com’erano le premesse, sei stata brava a trovarne uno disposto a raccontarci la sua esperienza. CHe poi sono convinto che ci saranno un sacco di ragazzi nella sua stessa situazione. Certo che sentire che neanche dallo stagista escono parole di speranza per stagisti futuri, significa che ancora il sistema è duro da cambiare…

4 12 2007
Dario

Ciao Roberta, scusa se mi infilo con un commento che non è un commento. Volevo soltanto segnale a te e ai lettori di questo blog che ho parlato di Stakastagista con un mio articolo sul Sole 24 Ore. La tua iniziativa blog mi piace e così sei finita nella “jobosfera”, mappa dei blog sul lavoro.. Se ti interessa: http://jobtalk.blog.ilsole24ore.com/jobtalk/2007/12/jobtech-tra-dia.html
dario

4 12 2007
prime

La parola “precariato” non esiste per fortuna neppure nel dizionario della crusca della lingua italiana, la parola “flessibilità” è quella da cui si deve partire.

Proprio nell’Ufficio Stage della tua Facoltà ed Università abbiamo da poco cercato una figura con le tue caratteristiche, ma ci è stato detto che “non ce ne sono presenti e disponibili”: probabilmente dovresti iniziare a chiederti cosa davvero non funziona …

Qualche articolo fa abbiamo notato che chiedi, e cerchi una possibilità: sei volenterosa e disponibile, si vede, ma devi tornare sul reale target di visione del mondo del lavoro. Contattaci e ne parliamo.

4 12 2007
Stakastagista

@studentefreelance: 😉

@igniup: ehi ciao finalmente leggo anche i tuoi commenti, se non sbaglio è la prima volta che ne lasci uno e ciò mi fa davvero molto piacere. Purtroppo hai ragione, è troppo complicato cambiare questo sistema e più pessimisti siamo noi, proprio perchè viviamo sulla nostra pelle delusioni e insoddisfazione.
Ps: commento extra –> avete fatto un ottimo lavoro nella presentazione del progetto su Google! 😉

@Dario: il tuo articolo è davvero molto interessante e ti ringrazio per avermi scritto qui il link, sarà davvero utile a tutti!

@prime: Ringrazio per i complimenti e data la curiosità che hai suscitato in me, appena possibile mi metterò in contatto con te. Però ci sono due cosine che…un pò mi “stonano” nel discorso che hai fatto:
– Si può anche partire dalla parola flessibilità, come dici tu, ma non si può negare che poi il problema diventa PRECARIETA’
– Cosa significa che devo tornare sul reale target di visione del mondo del lavoro??? (Che, dato il sistema italiano e la mentalità degli imprenditori, debbo necessariamente accontentarmi di fare stage gratuiti per tutta la vita?)

4 12 2007
tengi

ciao Staka. sono arrivata da te dalla segnalazione su JobTalk. Bel blog, molto utile.
Ehm, qui in ufficio non riesco a visualizzare i video: ci proverò più tardi da casa.
Ciao!
Tengi

4 12 2007
prime

@staka
1- ti ripetiamo, la “precarietà” non esiste. Esiste invece la “flessibilità”, che può alle volte essere male applicata da alcune aziende. Ma questo non va mai generalizzato, e comunque la responsabilità delle scelte in questo senso è sempre condivisa da azienda e lavoratore allo stesso livello.
2- tue provocazioni a parte, quello che ti si stava cercando di indicare è che il mondo del lavoro mondiale è una lotta altamente qualitativa, e che per fare lavori ed occupare posizioni di merito, quel merito lo si deve dimostrare prima sul campo in maniera concreta e reale. Sono da molto tempo finiti – per fortuna – i tempi del lavoro modello “Il Primo Tragico Fantozzi”.

5 12 2007
Marco Patruno

Cara Amica,

Apprezzo la tua idea di dare visibilità all’invisibile. E nella società odierna che cos’è più invisibile di uno stagista. Con la tua telecamera anche se non più giovane fai ciò che non fanno gran parte degli attuali mezzi di informazione, cioè dare un esistenza e uno volto agli stagisti. Dovresti proporre queste tue interviste a qualche società produttrice di format.

Marco Patruno

5 12 2007
prime

@marco

Mai sentito dire che all’interno di uno stage debba esistere un rimborso spese.

La prassi del rimborso spese nello stage è un qualcosa che è a totale discrezione della ditta che elargisce uno stage, e questo perchè si cadrebbe nell’assurdo considerando obbligatorio che la ditta paghi qualcuno per insegnargli lei stessa qualcosa …

La fase si apprendimento contiene essa stessa al suo interno già una elargizione gratuita da parte della ditta verso lo stagista.

Ciò che ci fa davvero male, da giovani quali siamo, è il vedere ragazzi giovani come te ed altri – per fortuna non una maggioranza – sembrare incapaci di “crearsi” un proprio percorso lavorativo nei non facili tempi moderni, e pretendere qualcosa che nessuno ha mai detto ci debba per forza essere.

Eppure ci sono molti altri ragazzi che non hanno questi comportamenti, si confrontano con il mondo del lavoro e mietono successi, ottenendo soddisfazioni.

6 12 2007
Stakastagista

@Marco Patruno: è proprio quello il mio obiettivo, dare visibilità a chi risulta invisibile…anche se invisibile non lo è per niente, anzi…

@prime: prima dici che sono volenterosa e disponibile e subito dopo mi definisci una giovane incapace di crearsi un proprio percorso lavorativo. Sei sicuro che sia proprio come dici tu? Probabilmente non è da molto che segui il mio blog, altrimenti avresti altre convinzioni su di me e sui miei successi. Sono ambiziosa e determinata e lo dimostro in ogni cosa che faccio. Non mi piace lamentarmi, ma il mio realismo mi spinge a notare le difficoltà che viviamo e a dare luce ad un problema di molti, che però alcuni non percepiscono.
La precarietà esiste ed è un tarlo che sta facendo molti più danni di quelli che si vedono apparentemente. E’ un problema vero e diventa sempre più grande proprio perchè ci sono persone come te che non si rendono conto della realtà, che non fanno altro che snobbare i precari che cercano di sopravvivere e che sono convinti sia giusto non dare un mimino di rimborso spese ad uno stagista che lavora (per carità, non è un obbligo, ma è giusto che l’azienda oltre ad insegnare sfrutti il lavoro di uno stagista a gratis? E se lo stage supera i 3 mesi, chi è che ci guadagna: lo stagista che continua ad “imparare- lavorare” oppure l’azienda che ha un dipendente a costi zero?).
E’ facile parlare, giudicare e accusare gli altri quando si hanno le spalle coperte, quando non si è uno dei diretti interessati o forse tu sei uno di noi, ma non assumi i nostri comportamenti e quindi continuamente mieti successi nel mondo del lavoro?
Se fosse come dici tu, non dovrebbero esserci così tanti precari e gli stagisti dovrebbero sentirsi miracolati e non sfruttati. Ah dimenticavo…secondo te è tutta colpa della mancanza di volontà dei giovani!
Non si può fare di tutta un’erba un fascio, ci saranno sicuramente ragazzi che non si danno da fare per trovare un lavoro, ma come la mettiamo ad esempio con i trentenni istruiti, preparati e volenterosi che si presentano ad un’azienda e ottengono solo la possibilità di fare uno stage di sei mesi senza retribuzione?

6 12 2007
prime

@staka
Ci dispiace tu ci attribuisca descrizioni di te che non sono ne vere ne mai sono state date. Ci potresti indicare dove è stato scritto che sei una giovane incapace di crearsi un percorso lavorativo? Oppure la tua è solo una tendenza a strumentalizzare e demonizzare le opinioni altrui poichè priva di risposte concrete (lo diciamo senza offesa, abbiamo capito che con te è meglio precisare anche la famosa “virgola”)?

Abbiamo fornito solo una descrizione di te che ripetiamo: volenterosa, disponibile, ma fuori target nella visione lavorativa.
Ci dici che sei ambiziosa e determinata, ci piacerebbe che tu ce lo facessi vedere: hai avuto un invito da 4 giorni a contattarci e ci hai detto lo avresti fatto prima possibile, visto che sei alla ricerca di opportunità, per parlarne insieme – ti sei definita curiosa – ma ancora non abbiamo ricevuto alcun tipo di contatto da parte tua: se hai tempo per scrivere commenti qui sopra oppure hai tempo per stare su second life, hai certamente anche tempo per scrivere e mandare una email in questo senso.

Il problema a cui cerchi di dare luce è visto come un problema da alcuni – come te, o il nostro amico Marco, o altri – ma viene visto come un’opportunità da altri.

La flessibilità è un bene molto importante da difendere e preservare sia per i lavoratori che per gli imprenditori, in quanto è la fucina dove crescono in maniera logicamente selettiva le nuove eccellenze di oggi – sia a livello mentale che tecnicolavorativo.

La flessibilità è la garanzia di non essere messi dietro ad una scrivania, come un Fantozzi d’altri tempi, a lavorare a cose che non sono i nostri desideri e i nostri sogni. Solo con la flessibilità ben applicata ed il sacrificio si può riuscire ad emergere come persone lavorativamente di livello.
Il resto sono purtroppo solo chiacchiere retoriche dell’estrema sinistra – dalla Cosa Rossa in poi – e dell’estrema destra – da alcune parti di AN in poi – che non si accorgono come il mondo sia cambiato anche lavorativamente e che bisogna stare al passo dei tempi per essere competitivi.

Ma in un paese di gerontocrati come l’Italia non ci si deve stupire di questo. Ciò che stupisce è l’esistenza di un buon numero – per fortuna non eccessivo – di ragazzi che subiscono su di loro visioni distorte del problema e le fanno proprie, nascendo già vecchi lavorativamente.

Si è cominciato a parlare di precarietà 2 anni fa circa di questi tempi, da una deformazione della parola “flessibilità” effettuata dall’estrema sinistra. Poi il termine è diventato “di moda” per una serie di soggetti politici che ne hanno fatto cavallo di battaglia della loro visione, attentando a circa 2 milioni di nuovi posti di lavoro creati negli ultimi 5 anni mediante la legge Biagi.
Siamo alla visione di una stessa cosa con lenti diverse: chi vede il bicchiere mezzo pieno, l’ottimista della vita, la chiama con il suo vero nome, “flessibilità”, e ne riconosce bene anche le grandi opportunità che essa da. Chi vede il bicchiere mezzo vuoto, il pessimista della vita, la chiama “precarietà”, sottolineando solo il punto di vista e gli aspetti negativi della questione, facendo confusione.

La prima confusione che si fa è nel pensare che si tratti di lavoro dipendente, e che come esso vada garantito: la flessibilità è una forma di lavoro autonomo, e che non ha nulla a che vedere con il lavoro dipendente. Ha forme di tutele diverse, modalità di lavoro diverse, benefit differenti, etc. etc.
Basta a qualsiasi giuslavorista di sufficiente livello – quale era Marco Biagi ucciso per questo dalle BR, e come è Pietro Ichino costretto da anni a vivere sottoscorta – questa descrizione per identificare la corretta visione della questione.
Poi possiamo dire certamente che alcune ditte fanno un uso distorto della flessibilità, ma qui il problema è diverso: si deve andare a verificare problemi singoli di singole ditte, non questioni generale legate alla flessibilità.

La flessibilità non è e non potrà mai essere messa in discussione. E’ solo la precarietà che non esiste.

I lavoratori flessibili sopravvivono benissimo, ne conosciamo tantissimi che lavorano per noi o per altre aziende, e sono molto soddisfatti di ciò che fanno e di come lo fanno. Principalmente perchè non sono persone che amano piangersi addosso, ma che al contrario amano darsi da fare, creare, costruire, e non come dici tu “sopravvivere”. Sono lavoratori flessibili felici, che fanno le loro vacanze, vivono senza l’aiuto della famiglia, sono soddisfatti di ciò che è il loro lavoro, e soprattutto lavorano per ciò che hanno sempre desiderato fare.

Capitolo Stage: nel corso degli anni abbiamo avuto diversi stagisti, e solo 1 si è rivelato uno stagista lavorativamente produttivo. Questo perchè da un lato gli uffici stage non funzionano bene e non mandano persone adatte al tipo di lavoro richiesto, dall’altro l’università non insegna quasi nulla che sia riconducibile a delle lavorazioni reali, ed infine poche sono le persone disposte a mettersi in gioco e a sacrificarsi per apprendere davvero cosa vuol dire lavorare.

Nella maggior parte dei casi, lo stagista si trasforma purtroppo in un peso inutile per l’azienda, perchè non impara ciò che si era pensato potesse fare, non è preparato quanto ha indicato nel proprio CV troppo spesso gonfiato, non ha voglia di mettersi in gioco ed imparare, occupa del tempo che in azienda equivale a denaro speso su di lui. Nella maggior parte dei casi è quindi il ragazzo a sfruttare l’azienda e non il contrario.

Sui 3 mesi, dipende dai settori, ma in generale in 3 mesi il ragazzo impara poco o niente. Da nostre stime abbiamo valutato nel nostro settore necessari dai 6 ai 9 mesi per poter imparare ed essere in grado di lavorare in maniera decente – che quindi sia proattiva e non crei problemi alla ditta. I 3 mesi sono una cosa davvero poco utile.

Uno stagista non è ne mai sarà un dipendente a costo 0, ma sarà solo e sempre un apprendista che occupa tempo e risorse dell’azienda, sul quale spesso non ci sono ritorni, e quindi sono risorse perse.
Assimilarlo ad un lavoratore dipendente vuol dire fare un ulteriore grave errore di target.

Per mietere successi nel mondo del lavoro ci vuole sacrificio, e quel noi a cui tu fai riferimento nel nostro caso esiste solo come asset negativo, cioè persone che si ritrovano per formare un gruppo che chiede/pretende e non da. Se non si da prima, non si può mai chiedere nulla.

Non ci sono tanti precari come tu dici, ma solo il 12% circa di lavoratori flessibili, persone in maggioranza contente e felici che al massimo se la possono prendere con l’INPS che regolarmente gli alza i contributi per permettersi di mandare in pensione gente a 58 anni – e siamo l’unico paese al mondo che fa cose antistoriche come questa.

Gli stagisti che non si sentono contenti del loro stage è perchè non sono riusciti a farlo fruttare, perdendo tempo e non essendo riusciti ad entrare in sintonia con la ditta presso la quale effettuano lo stage.

Per i trentenni di cui parli, il loro problema è quello di essere stati miopi e mal consigliati – magari gli hanno detto di finire l’università prima e poi trovare lavoro, cosa oggi molto sbagliata. Questi trentenni se non hanno basi di CV difficilmente saranno chiamati per stage.

Nella maggior parte delle ditta che conosciamo bene, non vengono accettati stagisti di età superiore ai 27-28 anni perchè avrebbe poco senso.

6 12 2007
Stakastagista

@prime: suggerirei per prima cosa di rileggere bene i tuoi commenti prima di negare di aver scritto certe frasi, io difficilmente parlo a sproposito e altrettanto difficilmente rimango senza risposte.
Se ancora non mi sono messa in contatto con te, non è per mancanza d’interesse o scarsa voglia di cogliere le opportunità che mi vengono offerte, anzi… ma è solo perchè preferisco e ritengo giusto prendere in considerazione prima altre proposte che mi sono giunte e che risultano più concrete di una semplice richiesta di contatto come la tua. Non so chi se e neanche di cosa ti occupi, rispetto la tua posizionhe e i tuoi pensieri, ma perchè dovrei darti priorità se l’unico modo di farmi una proposta lavorativa è quello di lasciare commenti che non sono proprio di stima e di approvazione?
So quanto valgo e non mi sono mai venduta al miglior offerente. Sono disponibile ad ascoltare le proposte che mi vengono fatte, ma ho anche la testa per riflettere e decidere quale sia la strada migliore da percorrere. Faccio dei sacrifici per portare avanti ciò in cui credo: università, lavoro e tutto il resto, ne sono orgogliosa e nonn permetto a nessuno di giudicarmi. Cerco di trovare sempre qualche minuto per aggiornare il mio blog e rispondere a tutti i commenti, mentre per Second Life…è l’ennesima prova che non leggi da molto i miei post: sono nella redazione di Radio Imago e forse non sai che, oltre alla radio reale, gestiamo una land su Secon Life, ecco svelato il mistero!

Per quanto riguarda il resto, abbiamo due visioni della vita e del mondo lavorativo diametralmente opposte. Tu non cambierai le tue idee, come d’altronde non lo farò io…a meno che non ci siano motivazioni e situazioni per me più convincenti, ma per ora ne dubito!

6 12 2007
prime

@staka
Probabilmente a questo punto possiamo solo notare come tu abbia qualche problema di riconoscimento della lingua italiana se non sai leggere quel che ti si scrive e lo male-interpreti a modo tuo …

Per il resto siamo felici che tu possa avere delle altre proposte di lavoro reali, probabilmente ti potranno certamente aiutare – queste come anche la nostra, come qualsiasi altra offerta di lavoro seria – a modernizzare e attualizzare la tua visione del mondo del lavoro … certo, finchè passerai il tuo tempo in una redazione radiofonica o su una land di Second Life crediamo questo sia abbastanza difficile.
Tutte notizie che non sapevamo – la radio è sconosciuta, e definire una land di Second Life un “lavoro” è probabilmente comico – prima di qualche giorno fa, quando sei venuta a commentare un articolo di uno dei nostri vari blog dedicato alle tematiche del lavoro – non vediamo per quale altro motivo avremmo dovuto conoscere il tuo blog altrimenti.

7 12 2007
Benny

@prime:
io la flessibilità la intendo come un opportunità per poter fare molte esperienze di diverso tipo:cambiare lavoro senza legarmi eccessivamente a un datore di lavoro;ovviamente questo dovrebbe implicare un ritorno economico per il lavoratore flessibile(e in Italia non mi pare questoi avvenga).
Negli altri paesi europei la flessibilità esiste e funziona,i giovani sono in grado di mantenersi e crearsi un futuro,in Italia mi sembra invece che ci sono le offerte di lavoro ma non sono retribuite sufficentemente.
Non si possono passare 2-3 anni sottopagati e mantenuti perché la legge consente di sfruttare le risorse umane.

7 12 2007
Stakastagista

@prime: La mia visione del mondo del lavoro è fin troppo chiara ed attuale e credo sia questo che proprio non ti va giù…io vivo sulla mia pelle le difficoltà reali che noi giovani laureati siamo costretti ad affrontare, mentre tu parli parli ma hai le spalle coperte ed è evidente che non riesci a comprendere fino in fondo il problema o non vuoi. Dovresti aprire gli occhi ed osservare davvero quello che c’è intorno a te, aprire la tua mente a situazioni diverse dalla tua e non rimare ancorato alle tue uniche idee, che ti portano solo a giudicare ed a pretendere di avere sempre ragione (mi dispiace per te, ma a me piace molto lavorare in una redazione radiofonica).
Comunque sono convinta che i tuoi discorsi si commentino da soli!
Ps: Mai sentito parlare del Business che si sta creando su Second Life? (troppo web 2.0 per te?)

@Benny: assolutamente d’accordo con te! 🙂

7 12 2007
Notte di sesso in cambio di un lavoro « Riflessioni di una StakaStagista

[…] Notte di sesso in cambio di un lavoro Serena, 32 anni di Roma, come molti di noi è una precaria a vita. Lavora a singhiozzo e non sempre può contare su uno stipendio, così stanca e disperata per l’ennesimo contratto a termine, nel settembre del 2006 ha aperto il blog di una trentenne disperata e il suo primo scottante post ha ricevuto più di 3300 commenti. La sua è stata un’affermazione forse un pò forte, che sinceramente non credo avrebbe mai portato a compimento (insomma, non ne valeva pena!), però si merita i miei complimenti più sentiti per l’ottima provocazione. Siamo precari e siamo tanti, ma soprattutto non riusciamo ad uscire da questo vortice che ci risucchia. Nessuno ci dà la giusta visibilità e chi parla della precarietà lo fa solo perchè diretto interessato e questo non è giusto…il problema non è di tutta la società?! E pensare che c’è anche chi si permette di dire che la precarietà non esiste! […]

7 12 2007
prime

@benny
La flessibilità lavorativa è una condizione base del lavoro autonomo. Sbagli ad assimilare le visioni presenti nel lavoro autonomo con quelle presenti nel lavoro dipendente.
Assimilare le prime alle seconde è un errore di base a proposito della vision dei problemi sul lavoro.

@staka
veramente quel che non ci va giù è vedere una vita come la tua – e come quella di altri con le tue idee – sprecata in questa maniera. E’ difficile convivere in un mondo dove alcuni hanno visioni medioevali del mondo lavorativo.
Per il blog della nostra amica Serena, siamo di fronte all’ennesima idea per sfruttare i media inventando provocazioni che poi, una volta arrivata in televisione, le hanno già fatto fare la figura che merita.

7 12 2007
Benny

@prime
Io non assimilo le visioni del lavoro autonomo con quelle del lavoro dipendente.
Flessibilità non significa lavorare gratis(o con rimborsi ridicoli) per parecchi mesi e avolte anche anni;usare i contratti atipici per sfruttare le persone non vuol dire sfruttare la flessibilità.
Come mai in altri paesi europei la flessibilità é uno strumento che funziona e in Italia no?non sono tutti fannulloni quelli che si lamentano.
La flessibilità per essere efficiente deve essere ricompensata (come accade all’estero),purtroppo noi invece abbiamo la possibilità di fare si esperienze ma che non ci permettono di crearci un futuro perché:
1 non abbiamo basi economiche.
2 ogni volta che cambi lavoro si riparte da zero.
Molti giovani di oggi non pretendono lavori stabili o il posto fisso a vita,chiedono solo di essere indipendenti e autosufficienti economicamente( per lo meno dopo i primi 6 mesi di inserimento)

7 12 2007
prime

@benny
Felici di sapere che tu non sei tra coloro i quali assimilano le visioni del lavoro autonomo con quelle del lavoro dipendente, capendo poco quindi ciò di cui si parla poichè lo estraniano dal proprio corretto contesto.
Non sappiamo dove onestamente tu abbia potuto leggere che la flessibilità vuole dire “lavorare gratis o con rimborsi ridicoli”, ci farebbe piacere trovare uno di questi casi di cui parli per potere insieme con te segnalarlo a chi di dovere: la cattiva flessibilità, infatti, insieme alle solite fiere di luoghi comuni, creano purtroppo casi di dissonanza cognitiva del problema. Rimaniamo in attesa delle tue segnalazioni – se ne parli spero tu saprai darci i riferimenti giusti.
Potresti in questo senso darci una tua fotografia perfetta del “lavoratore atipico sfruttato”? Prova a costruire il tuo caso tipo, sarebbe anche qui interessante capire quanto sei davvero a conoscenza delle caratteristiche sia positive che negative di questo Mercato.

Per il resto, noi non crediamo come te che chi si lamenta sia un fannullone, anzi. E’ proprio perchè questi ragazzi hanno dentro qualcosa che vale, che vale quindi la pena di fare dei sacrifici per aiutarli a comprendere meglio dove sono i loro errori di principio, e come possono fare per ricollocarsi al meglio nel mondo del lavoro – dipendente o autonomo che sia – avendo sempre il sorriso sulle labbra.

Nel resto dell’Europa, e se la hai girata da studente e da lavoratore lo saprai per certo, i ragazzi vanno via di casa molto presto, sono autonomi, e sono persone che fin da piccoli sono abituati a immaginare la loro vita in termini di indipendenza sia economica che mentale.
Spesso già a 18 anni, benchè studenti, lavorano o sviluppano attività di ricerca che li porteranno ad essere felici e a fare quel che volevano.
Da noi questo non succede.
Famiglie opprimenti e con visioni retrò della vita, università raramente in grado di lasciare i ragazzi con in mano un mestiere, partiti politici sia di destra che di sinistra che lavorano per loro stessi e non per il bene del paese, spesso seguendo logiche dal punto di vista del lavoro che definire antiquate è un’eufemismo.
Questo è il mondo in cui i ragazzi crescono, e questo è ciò che imparano. Non ci si deve stupire che poi si ritrovino imbottiti di luoghi comuni e che abbiano una visione distante dalla realtà del mondo del lavoro- non crediamo infatti sia colpa loro.

In Italia la buona flessibilità è ben ricompensata, la cattiva flessibilità no, ma questo è come nel resto dell’Europa.

Conosciamo molti di questi giovani di cui parli che sono pienamente indipendenti, e ben inseriti. Ma è gente pronta al sacrificio, e soprattutto a mettere in gioco se stessa.
Sono persone che a non aspettano delle chiamate da parte delle aziende per lavorare, ma si propongono autonomamente, fornendo motivi reali perchè si possa puntare su di loro tempo e denari – che come sai non crescono sotto gli alberi.

Speriamo vivamente tu sia uno di questi, perchè solo così potrai essere felice nel mondo del lavoro.

10 12 2007
Benny

@prime
il problema sono proprio i bassi compensi,come si fa a essere autonomo e indipendente con 300 euro al mese?Per sei mesi puoi permetterti di farti mantenere ma se poi ti offrono contratti da 800 euro?Nemmeno questi soldi bastano eppure é lo stipendio medio (geenrazione 1000 euro).Chiaro che chi fa 2 lavori riesce a mantenersi ma non puoi lavorare 15 ore al giorno per tutta la vita…
Preciso che non ho mai letto da nessuna parte che l”a flessibilità vuol dire lavorare gratis”,ma spesso il basso salario va di pari passo con la flessibilità.
In un post precedente hai criticato Stakastagista per il lavoro che fa,secondo te chi lavora in una redazione radiofonica o a progetti come Second Life non ha futuro?Mi spiacer ma hai dimostrato ottusità e chiusura menrtale con quella frase.Ciao

10 12 2007
Stakastagista

@Benny: Ottime considerazioni! 😉

10 12 2007
prime

@Benny
Il problema sono davvero i bassi compensi, Benny, ma soprattutto da differenti punti di vista.
Non si può essere autonomi con 300 euro al mese, ma: quante ore si lavora con 300 Euro al mese? Se si è sottopagati, e si fa un lavoro dove si lavoro diverse ore al giorno, e si prendono 300 euro al mese, è certamente un lavoro da lasciare.
Stesso dicasi per 800 euro al mese: quante ore al giorno lavori per guadagnarle? Idem per 1000 euro.

La realtà – eliminati i putroppo troppi luoghi comuni – sono alcuni concetti che ti indichiamo velocemente rispetto a ciò che hai detto:

1. La flessibilità non ha un basso salario. La flessibilità ha invece una paga del lavoratore autonomo che la opera lavorativamente commisurata in maniera corretta a quello che sta svolgendo.
Per questo nella corretta flessibilità non può esistere un concetto come IL SALARIO che è tipico del lavoro dipendente – ore lavorate x tipologia contrattuale legata a contrattazioni nazionali.
Nella corretta flessibilità si sarà pagati per ciò che si fa, e quelle ore in cui si sarà svolto un lavoro saranno ben pagate, ma non sarà pagato altro – come spesso purtroppo avviene in altre tipologie contrattuali.
La corretta flessibilità premia sempre IL MERITO, che si esprime in varie forme, come esposto ad esempio da Angela Padrone nel suo libro, o in tante altre pubblicazioni che stanno uscendo fuori per andare contro a delle visioni errate e stereotipate del problema.
Nella corretta flessibilità non esiste un orario lavorativo, a meno che non sia previsto espressamente per motivi concreti dal progetto, e non esiste la necessità di svolgere lo stesso nel luogo fisico dell’ufficio, si può infatti lavorare dove si preferisce.
Quel che conta è IL RISULTATO, non LE ORE LAVORATE PER OTTENERLO.

Se tu Benny, come altri ragazzi come te, non partite dall’idea che LA FLESSIBILITA’ NON E’ LAVORO DIPENDENTE MA AUTONOMO, e che non può essere ricondotto ai regolamenti del lavoro dipendente perchè non avrebbe senso, ogni altra considerazione che vorrete fare sul lavoro flessibile purtroppo non potrà darvi nessuno dei risultati positivi alla risoluzione del problema.

2. La flessibilità si può applicare male, o si può applicare bene. Questo a nostro parere è responsabilità in primis del datore di lavoro, ma anche del “flessibile mascherato”, che accetta qualcosa che non è flessibilità e facendolo, diventa connivente con il reato del datore, con tutte le attenuanti del caso logicamente.
Noi vi abbiamo sempre parlato della corretta flessibilità, non di quella poco sensata.
E’ logico come esistano diverse aziende che non applicano bene la flessibilità, come è logico che esistono molti lavoratori i quali approfittano della flessibilità per mettere in crisi le aziende dall’altra parte.
Sono tristi verità lavorative, e sono da condannare sia i primi, che i secondi, come sempre facciamo.
Ma da qui a condannare la flessibilità, che è l’unico strumento che ha crato nuovi posti di lavoro reali nel nostro paese negli ultimi 4 anni, di acqua sotto i ponti ce ne passa.

3. Quanti lavori? Questo non deve essere un dilemma. Un lavoratore flessibile deve essere pronto a prendere su di se anche + di 2 lavori. Questo è determinato dal fatto che si tratta di un LAVORATORE AUTONOMO, e come tale si pone da autonomo sul Mercato del Lavoro, non da dipendente.
La tristezza che esiste in tutta questa situazione è infatti quella di vedere ragazzi che pensano di + allo stipendio fisso che alla costruzione di una loro vera e propria figura professionale, in grado di permettergli di emergere certamente da li a poco.
I collaboratori flessibili che conosciamo fanno quasi tutti + di 1 lavoro, chi 2, chi 3, chi anche 5, e non per questo lavorano 15 ore.
Lo possono fare perchè i loro datori applicano in maniera corretta la flessibilità, trattando il lavoratore da autonomo e non da dipendente.
E’ gente giovane, che si sta costruendo delle carriere, ed anche se non si può in genere definire del tutto felice perchè “ha da faticare” – come normale che sia in questi casi – sono persone che però stanno piano piano emergendo per il loro lavoro concreto e per la loro professionalità generale.
Questo gli permetterà di essere cercati dal mondo del lavoro, e quindi di poter operare in maniera via via sempre più economicamente vantaggiosa per loro.

Se al contrario, ci troviamo di fronte ai famosi “bamboccioni” di Padoa Schioppa – che sono a nostro parere proprio questo target di persone – è logico che la filosofia del bicchiere “mezzo vuoto” avrà sempre la meglio su quella della solarità e della voglia di proporsi e arrivare a dei corretti risultati.

——————————————-

Per ciò che riguarda Staka, non è stata criticata per il lavoro che fa in se, ma proprio perchè a 26 anni e con la sua storia sembra rappresentare un tipico esempio di queste categorie di cui si parlava.
Una ragazza di 26 anni come lei che reputa una land di Second Life un lavoro qualificante, e che attualmente lavora in una redazione radiofonica – con molti dubbi perchè il lavoro non le piaceva dal punto di vista economico come ci ha raccontato in passato – rischia di trovarsi ben presto ai margini del mondo dell’offerta sia lavorativa, che formativa. Questo considerando che dopo i 30 anni le aziende cercano solamente CV forti e non altro.
Quando girando sul blog di alcuni amici abbiamo curiosato anche su questo, siamo rimasti stupiti proprio da ciò che ti indicavamo prima, e tutto questo ci ha ricordato alcuni tra i grandi mali italiani, come le univ. che funzionano poco e male, con scarso contatto con il mondo del lavoro, e che non formano in maniera sufficiente, come le idee di certa sinistra e destra legate al mondo del lavoro decisamente retrò, che però entrano nella mente dei ragazzi e la pervadono facendogli perdere di vista la realtà delle cose (sempre dal punto di vista positivo).
Vada per la redazione radio – anche se non la vediamo molto forte come lavorazione a livello di cv per occupazioni future – ma la land di Second Life diventa quasi una battuta. Anche noi abbiamo la nostra land da molto tempo su Second Life, e ne abbiamo scritto ormai dal suo nascere, ma considerarlo un lavoro in quel senso credo sia difficile possa mai avvenire, essendo il fenomeno dal mese di Luglio in una forte e difficilmente reversibile fase calante.

A livello lavorativo, francamente le cose importanti sono ben altre Benny: non essere in grado di capire che la flessibilità non ha le regole del lavoro dipendente ma quelle del lavoro autonomo, ed essere recidivi in questo senso: questa davvero potrebbe essere una prima vera ottusità strutturale.

Ma nella vita tutto è sempre rimediabile per fortuna.

10 12 2007
Benny

@prime:
Quello che hai descritto é il concetto di flessibilità come dovrebbe essere applicato ma che purtroppo in Italia non mi sembra di vedere.Se tu conosci solo giovani flessbili e ben pagati ne sono contento,io sinceramente non ne conosco nemmeno uno (magari perché sono appena all’inizio della mia carriera lavorativa),ma ho fatto il pendolare per 5 anni studiando a Milano e ho conosciuto tanti giovani neolaureati che lavorano per le cifre da me indicate.
Io non sono di quelli che cerca il posto fisso(purtroppo é vero molti hanno come obiettivo il contratto a tempo indeterminato),la mia idea é fare piu espereinze possibili diverse per capire anche cosa mi piace e dove indirizzarmi;ma se ogni volta che voglio cambiare lavoro mi tocca ripartire da stage non retribuiti non ha senso parlare di flessibilità.
Tu hai chiarito perfettamente il concetto ,e hai centrato il problema dei bassi salari;a me pare che salari adeguati vadano di pari passo con il concetto di flessibilità:ma se in Italia il lavoro é male retribuito come si può parlare di mercato flessiblie?

11 12 2007
prime

@benny
Quello che abbiamo descritto è il concetto di flessibilità. Certamente non tutti in Italia lo applicano, soprattutto in tante imprese di medio-grandi dimensioni dove di lavoro flessibile esiste un qualche tipo di abuso.
Ciò non vuol dire però che questa sia la situazione italiana, anzi. Questa è la situazione prospettata con occhi negativi. Quando si guardano le cose con occhi negativi, anche al più bello dei successi si possono trovare dei difetti.
Io conosco giovani/flessibili ben pagati e contenti; ne conosco anche altri che non sono del tutto contenti, ma non perchè sono mal pagati, ma semplicemente perchè utilizzano il loro lavoro flessibile come una fase preparatoria per qualcosa di migliore, oppure perchè svolgono un lavoro dove cercano solo la retribuzione per comparare un qualche altro tipo di lavoro che invece amano e dove le loro entrate non potrebbero comunque giustificarsi – almeno in una prima fase.
Per i tuoi amici, il nostro consiglio non è il guardare la cifra guadagnata, ma il rapporto tra essa e le ore lavorate, e il rapporto tra essa e gli obiettivi del loro progetto lavorativo.
Se in un paese come questo abbiamo ancora uno zoccolo duro a morire di ragazzi che cerca come obiettivo di lavoro “un posto fisso” che ormai non c’è più per nessuno, allora questo è quel che ci meritiamo tutti dopo anni e anni di persone cresciute sotto i luoghi comuni propugnati alla gente.
Se nel tuo caso ti fanno ripartire ogni volta da stage – retribuiti o no che siano – evidentemente o fai dei cambi troppo radicali di tipologia lavorativa, o il tuo cv non riesce a convincere. Forse dovresti rivederlo, o centralizzare e qualificare maggiormente il tipo di attività.

Il problema dei salari è la parola stessa, “salari”: i salari non esistono. Nel mondo del lavoro moderno, esistono le retribuzioni commisurate all’attività che si sta svolgendo, ponendosi degli obiettivi da raggiungere. Con dei minimi garantiti, e dei massimi.

Non è quindi per noi in italia ad essere male retribuito il lavoro flessibile, ma esiste in Italia la brutta abitudine di accomunare il lavoro flessibile – perciò autonomo – al lavoro dipendente.

Il lavoro autonomo è autonomo; il lavoro dipendente è dipendente.

La flessibilità è lavoro autonomo.

Non criticate perciò dentro di essa mancanze che sono tipiche del lavoro dipendente come spesso vedo fare in questo sito o in altri, farete solo discussioni inutili, o meglio, farete solo discussioni utili per chi non ha capito niente della problematica e continua a vivere sempre e solo di luoghi comuni, frasi fatte e idee lavorative retrò.

Criticate invece le mancanze del lavoro autonomo, allora fareste davvero il bene al sistema italia.

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